Urlo questi versi dal

Ventre del serpente d’acciaio,

sperando che un orecchio

più fine li accolga

nei timpani.

Compagni,

non attendete pazienti

che il mostro meccanico

vi inghiotta con

le sue innumerevoli fauci.

Compagni,

vi prego, non siate le

sue ignare pietanze nei

suoi infiniti banchetti che

chiaman fermate.

La sua inesauribile

fame vi renderà

scherno dei giorni a

venire, quando il vostro

destino sarà fatto men

che rotaie e d’improvviso sarete

dietro le sbarre di

orari crudeli.

È troppo tardi per

me, poeta sconfitto,

costretto, da capolinea a

capolinea, ad essere eroso

e diventare un anonimo

bullone nei binari del fato.

Compagni,

ascoltate:

siate sempre tempesta e

praterie sconfinate.

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