Recensione di un messaggio di tolleranza e amore [NO SPOILER]

E’ ambientata in una Bari bizzarra la storia di Madame Rosa, anziana ex prostituta e donna ebrea sopravvissuta all’olocausto, che trascorre le proprie giornate prendendosi cura di bambini in difficoltà, accogliendoli nella sua umile casa. Su richiesta del dottor Coen e con parecchia riluttanza, accetta di prendersi carico di Momo, un turbolento dodicenne migrante di origini senegalesi; con il quale inizia una relazione tesa ed esplosiva. 

Il film, tratto dal romanzo omonimo di Romain Gary, ci mostra le due facce della stessa medaglia, da una parte l’Italia degli sgomberi, degli sfratti e della scuola che allontana; dall’altra una comunità che si prende cura degli ultimi, si aiuta a vicenda, il famoso “villaggio che serve per crescere un bambino”.

Il tutto reso così chiaro dalla performance dell’enorme Sophia Loren, che, per il suo grande ritorno, ci regala una recitazione tutta giocata sugli sguardi, sui non detti, su piccoli gesti che descrivono un universo di sentimenti, traumi e ricordi. 

Momo, invece, è all’inizio di una vita che non gli ha mai regalato niente, scartato dalla società, già lanciato nei sentieri della criminalità locale, una criminalità borghese, che lo farà sentire importante, ben voluto e apprezzato, cosicché “tutto è relativo soprattutto il bene e il male”.

“La vita davanti a sé” è un film sull’educazione, sull’umanità, sull’integrazione che ci ricorda che tutti hanno il diritto di essere amati e il diritto di realizzare i propri sogni. Ed eccomi a concludere citando Giorgio Canali nel dire che “qui crescono più muri che fiori”, ma questo film è un prato, anzi… un bosco di mimose, che capirete soltanto guardando il film.

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