25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne
Che significa violenza? Cosa ha significato e significa, per me, violenza?
Sentire le mani di qualcun altro sotto il reggiseno palparmi come fossi un pupazzo, senza il mio consenso, quando non sono cosciente, tra le braccia di quello che pensavo fosse un caro amico. Sentirmi sporca, sbagliata, colpevole. Provare a parlarne con qualcun* e ricevere qualche sorrisino di risposta, giustificazioni arrangiate sul “i maschi dai lo sai come sono fatti”. Boys will be boys. Continuare a sentire quel tocco su di me ancora dopo anni, e impiegarne altrettanti per ammettere a me stessa che quella è una violenza sessuale.
Sentire una mano insistente che risale sulle cosce dopo averla tolta una volta, due volte. Irrigidirmi, non riuscire a reagire e ad aprire bocca. Sentirmi dire “Sì però devi lasciarti andare”.
Non riuscire più ad andare a camminare da sola senza telefono perché una volta un’auto mi ha seguita per un centinaio di metri. Il terrore che mi pervade perché una macchinata di cinque ragazzi mi viene dietro urlando “Pttana! Strnza!” dopo che li ho mandati a quel paese per avermi fischiato per strada.
Andare a ballare ed essere continuamente toccata, palpeggiata, molestata. Dover ricorrere ai miei amici perché è l’unico modo che ho di allontanare sguardi e corpi che mi fanno paura.
Scoprire che persone che conosco fanno parte di gruppi su Telegram in cui ragazzi e adulti si scambiano foto e video delle proprie ragazze, ex, figlie, sorelle, minorenni, in cui si inneggia allo stupro e alla violenza. Comprendere che a detta loro non fanno nulla di male perché scorrono le foto e basta senza soffermarsi sul resto, neanche si sono accorti.
Parlare con conoscenti ed amic* e sentire dire ogni due per tre che quella ragazza è proprio zccola. Dover ascoltare discussioni per cui se non se l’è cercata, comunque è stupida perché se ti ubriachi così, se vai in quei posti da sola, con quei vestiti addosso, vicino a quei ragazzi, allora che pretendi. Capire che non lo sanno, ma si stanno rivolgendo anche a me. Quando si parla di violenza di genere si pensa subito alle botte, agli stupri, ai femminicidi. Se chiedo ad un ragazzo se è o si sente in qualche modo responsabile di questa violenza, tendenzialmente inorridisce e mi dice che sono cose mostruose che non farebbe mai. Quello che vorrei capisse però è che quelli sono gli atti estremi e manifesti, quelli immediatamente riconoscibili, che gli fanno tanto orrore e da cui si sente estraneo. So che in qualche modo lo rassicurano, perché gli pare una realtà lontana e che non lo riguarda. Ammettere che è così vicina al nostro quotidiano spaventerebbe troppo tutti e ci costringerebbe ad una presa di coscienza. Ma è così. Per esplodere così brutalmente la violenza ha assimilato e digerito tutto questo marcio che viene sistematicamente declassato a “goliardata”, con cui si alimenta e si riverbera ogni giorno sempre di più. Marcio che ogni ragazza, se ascoltata, può raccontare. La mia non è una storia particolare, nulla di atipico o troppo tragico: è la più comune e normale delle esperienze di una ventenne. E se questa è la normalità c’è un grosso problema di fondo. Forse è arrivato il momento di smettere di parlare solo al femminile il venticinque novembre e aspettarci che ad alzarsi in piedi sia chi la violenza la fa, e non chi la subisce. Concedetemi la tristezza, il dolore e la rabbia nel vedere che da parte degli uomini non c’è alcuna presa di posizione, alcuna indignazione. Un silenzio assordante. Questo continuo gioco di complicità, omertà e cameratismo però è diventato insostenibile. Ogni volta che girate la faccia dall’altra parte quando una ragazza viene molestata da amici, colpevolizzata della vicenda, fischiata per strada, palpata in discoteca, considerata un oggetto, fatta finire su un gruppo Telegram, tacciata come pttana, siete parte integrante del problema. La violenza di genere non è mai frutto del singolo, l’uomo cattivo e malato a cui tutt* vorremmo dare la colpa, ma di un sistema e una cultura che la incoraggiano, legittimano e proteggono e di cui non potete più essere spettatori ma attori con doveri e responsabilità. Altrimenti, che lo vogliate o no, siete complici di quel sistema che arriva a menare, stuprare e uccidere.

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