INTRO. Immaginiamo di poter intercettare una comunicazione. Immaginiamo in qualche modo di poter accedere al frammento di una vita di qualcuno. O qualcuna.

Immaginiamo che scriva un messaggio in una bottiglia: un messaggio con un frammento della sua vita. E immaginiamo che per errore questa bottiglia finisse a noi. La prendiamo. La apriamo. E leggiamo cosa contiene.

*

Mi chiedi come sto.

E mi viene da scrivere. Un piccolo racconto più che dilungarmi in messaggi vocali (anche se devo dire che mi esprimo bene parlando), però quando si tratta di raccontare mi piace farlo a mo’ di storia.

Fede e io ci amiamo. Approfittiamo dei momenti insieme. Il tempo passa così in fretta che senza renderci conto è già passato più di un mese dal nostro arrivo.

Un arrivo pazzo, comico e un po’ surrealista. In macchina. Zona rossa. La neve che ci aspetta in una Praga invisibile tra la nebbia. Noi due in macchina. Macchina piena. Noi due che non possiamo fare altro che ridere. Ridere di cose che non sappiamo dove metteremo. Noi due che ci guardiamo dicendo “che cazzo stiamo facendo?”.

Perché non abbiamo una casa né un posto dove lasciarle, le cose. Noi due che ancora ridiamo, perché nessuno sa cosa rispondere. Soltanto un appuntamento per vedere un appartamento. Noi due che ce l’abbiamo fatta. Anche se niente è sicuro. Perché non abbiamo altro che fiducia. Fiducia in lui, in me, in noi, nella vita.

Lo sapevamo senza saperlo. Davvero ce l’abbiamo fatta. L’appartamento già è casa nostra. Mai pensato un mese fa (e già mi sembra dire troppo).

Quando Fede non lavora facciamo una bella vita matrimoniale: andiamo a fare spesa insieme, la lavatrice, passeggiate al parco, fuori città se capita o in centro se non c’è troppa gente. Scherzi a parte, sembra che la vita inizi adesso, durante le feste è stato tutto abbastanza fermo e fino a tre giorni fa non c’era altro che nebbia.

Mi viene da dire che io non faccio molto. Invece faccio tanto. Ricordi quando mi hai chiesto cosa mi mancava durante il lockdown? E io ti risposi: stare da solo, uscire. È questo che faccio. Sto con me stesso. Vado al parco, guardo le persone, leggo, scrivo, faccio nulla, penso (a volte troppo), e sorrido tanto. Ho una vita tranquilla e ferma, staccata da tutto; accumulo forza per trovarmi un’altra volta. Ho scritto questo due giorni fa. Oggi di nuovo al parco, prendo il sole, scrivo, leggo Tabucchi, sembra un giorno come tutti gli altri. Finisco il capitolo nel momento in cui il Sole va via. Mi alzo e saluto il signore che mi ha controllato le cose mentre andavo in bagno. Il ragazzo davanti a lui confonde il mio saluto e mi segue. Mi chiede di camminare insieme. Perché no? Allungo la strada per tornare a casa mentre chiacchieriamo. Ci salutiamo e di ritorno a casa decido di vagare per le strade ancora sconosciute del quartiere. Mi guida l’istinto. Tanto, oggi non ho niente da fare. L’attenzione e il cuore si fermano in un posto. Deja vù. Sembra un luogo che conosco già. Senza sapere esattamente perché, decido di entrare e chiedere non so cosa. Ragazzi che giocano, gente che va e viene. Chiedo informazioni: un’associazione di volontari che lavorano con bambini e ragazzi. Ci sono vicino a me dei giovani riuniti per un progetto di arte e disegno. Sentono che dico alla ragazza che mi attende che io sono pittore. Subito, alzano la voce interessati. Fissiamo un appuntamento per mercoledì prossimo. Casualità? Direi di no.

-Sbit-

Deja una respuesta

Tu dirección de correo electrónico no será publicada. Los campos obligatorios están marcados con *