Sono arrivato a Fonti più o meno due anni fa, per semplice curiosità e un po’ perché sentivo di volerne fare parte. Il centro culturale, come struttura e come attività, mi ricorda uno spazio che per vari motivi ho dovuto abbandonare. Non so se questa somiglianza era solo nella mia testa, ma questo non ha più importanza.

Fonti offre uno spaccato sociale intergenerazionale, dai nonnini che giocano a carte e a bocce, ai giovani che giocano a calcio, si confrontano e cercano vari modi per esprimere se stessi. Alle famiglie che portano i bambini al parco e alla ludoteca, collaborando con i volontari nelle attività non programmate. Fonti è un sistema in continua evoluzione dove ognuno può dare un contributo e aggiungere un pezzo. A partire dalla struttura che evolve nel tempo e che durante i miei due anni di permanenza è cambiata: pitturazione del centrino, delle scale, costruzione di tavoli e panche, biblioteca. Sono venuto in cerca di uno spazio in cui poter creare relazioni positive, potermi esprimere con i miei interessi, le mie capacità, i limiti e i difetti. Qualche volta abbiamo litigato, ci sono state incomprensioni, ma se è vero che l’esperienza “non è quello che ci accade ma quello che facciamo degli accadimenti”, anche litigare e sbagliare è servito per crescere.

Durante la fase di lockdown ho sentito il distacco e la lontananza, che le attività a distanza riuscivano poco a riempire. Solo quando ti trovi a doverti separare momentaneamente da un posto capisci l’importanza che ha veramente per te.

Io non credo nei rapporti; che siano di amicizia, conoscenza, volontariato, amore etc. in cui sia sempre tutto “rose e fiori”. Non credo che sia sempre andato tutto bene, ma credo di aver capito quanto questo spazio sia diventato importante per me. Fonti è la mia isola che non c’è che però è reale: Fonti c’é.

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