“Cosa rispondere a un razzista: storia, scienza, razza e realtà” viene definito dal suo autore, Adam Rutherford, come un’arma, una “cassetta degli attrezzi” utile per capire in che cosa siamo simili e in che modo siamo diversi. Si tratta di un testo scientifico divulgativo, pubblicato in italiano nel giugno del 2020 dalla Bollati Boringhieri.

Rutherford, scrittore, presentatore e genetista inglese, decide di mettere a disposizione le sue conoscenze scientifiche in un libro volutamente conciso e chiaro per tutti, il cui scopo è esplicitato sin dall’esergo: “il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare” (Ernest Hemingway, Per chi suona la campana). In un periodo in cui il razzismo rialza la testa e lo si coglie non solo in affermazioni xenofobe dell’estrema destra, ma anche in idee apparentemente innocenti di individui, che hanno una storia e un’esperienza che li spinge verso posizioni non confermate dai moderni studi sulla genetica umana, è importante dimostrarne l’insensatezza. Tutte le differenze evidenti che costituiscono il punto di partenza del razzismo sono codificate nel DNA; ma, mentre il razzismo è espressione di un pregiudizio, la scienza, indipendente dalla soggettività e dal giudizio, diventa lo strumento per capire come gli altri siano davvero, e non come noi li giudichiamo. La variabilità, l’evoluzione e la storia umane sono registrate nei nostri geni. “Lo scopo di questo libro è quello di esaminare, dissezionare e illustrare con esattezza cosa possa e non possa dirci il nostro DNA sul concetto di razza”. Oggi “la razza esiste perché è un costrutto sociale” e il razzismo esiste perché le persone lo praticano; diventa, quindi, necessario indagare l’esistenza, o meno, di un qualche peso dell’influenza dei geni nella spiegazione di differenze o somiglianze importanti dal punto di vista sociale fra i popoli.  

L’autore si concentra sulle quattro aree principali nelle quali spesso inciampiamo, aderendo a stereotipi o a spiegazioni non supportate da alcuna prova; analizza, in particolare, sia quello che si può sia quello che non si può sapere e dire, secondo la scienza contemporanea, a proposito del colore della pelle, della purezza delle origini, dell’abilità sportiva e dell’intelligenza. Non voglio anticipare troppo il contenuto del saggio, ma con la lettura del secondo capitolo si scopre che ogni nazista ha avuto antenati ebrei e già questo, per me, vale la lettura del testo di Rutherford, illuminante nella sua semplicità. Nelle conclusioni, l’autore mette in evidenza un fatto degno di essere notato e analizzato, cioè che le differenze osservate rispetto a un parametro qualsiasi, che sia lo sport, l’intelligenza o il colore della pelle, per chi si serve della scienza per giustificare un’opinione razzista, costituiscono la fine del discorso, mentre per chi è interessato alla scienza in quanto strumento di ricerca della verità, non sono che l’inizio. “Le differenze immaginarie fra gli individui e fra le popolazioni sono state usate per giustificare le azioni più crudeli della nostra breve storia. I pregiudizi via via assimilati fomentano l’intolleranza, che inevitabilmente continuerà. […] La razza esiste, perché la percepiamo. Il razzismo esiste, perché lo pratichiamo. Ma né la razza né il razzismo hanno un fondamento scientifico. È nostro dovere opporci allo snaturamento della ricerca scientifica, soprattutto se utilizzato per giustificare il pregiudizio”. 

Immaginando di dover scrivere una di quelle frasi promozionali che solitamente si leggono nella quarta di copertina dei libri, definirei il testo di Rutherford così: “un concentrato di scienza, ironia e umanità per tenere sempre alta la guardia e non cadere nelle semplificazioni consolatorie del razzismo”. Sicuramente qualcuno potrà dire che si tratta di temi troppo delicati per essere affrontati in un saggio di neanche 150 pagine, ma io ritengo che il razzismo debba essere estirpato a ogni livello della società, e il fatto che il testo in questione sia così agile, scorrevole e scritto con un linguaggio non strettamente specialistico, lo rende fruibile da ogni tipo di lettore, compreso lo zio che, davanti ad una gara di velocità, dice che vincerà l’africano della situazione perché ha la corsa nel DNA. 

Rutherford si concentra sul dimostrarci che il razzismo si fonda su idee scientificamente fallaci, ma, e soprattutto, è sbagliato anche perché è un affronto alla dignità umana. “I diritti degli individui e il rispetto che ognuno merita in quanto persona non hanno una base scientifica. Sono diritti umani”. Insieme ai diritti umani spesso poi vengono calpestati anche quelli civili: tanti discorsi sulle nostre differenze biologiche e culturali, infatti, rimandano in fondo a dei ragionamenti anche piuttosto duri su quali diritti debbano avere le persone intorno a noi. Molti partiti, e purtroppo non solo della destra più radicale, fondano la loro propaganda politica sul binomio “terra e sangue”, lo stesso che era alla base del pensiero nazista. Quindi non si avrebbero dei diritti per quello che si è o che si fa, ma per il semplice fatto di essere nati in un determinato luogo, cosa che ovviamente non appartiene al libero arbitrio, e quando l’opzione dei diritti si sposta sulla nascita si cade in una sorta di neo-tribalismo, o meglio in una versione vecchia e superata del concetto di tribalismo. Lo slogan “No Justice no Peace”, gridato oggi nelle piazze di mezzo mondo, chiama e invoca, invece, la faccia positiva del Potere, quello finalizzato a mettere davvero in pratica la frase esposta in tutti i tribunali, cioè “la legge è uguale per tutti”. Perché non bisogna comunque dimenticare che il Potere, la sua organizzazione, le sue finalità e le sue leggi sono umane, irriducibilmente umane, opera nostra e di nessun altro. La nostra preoccupazione non deve essere quella di cancellare i segni di un passato che ci fa vergognare, ma anzi ricordarli per evitare di commettere gli stessi errori aberranti e per cercare di mettere al riparo la storia ancora in atto da semplificazioni consolatorie e pericolose. Rita Levi Montalcini disse: “Non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi della sapienza”.

Anche grazie alla lettura di “Cosa rispondere a un razzista” ho maturato la consapevolezza che i nostri geni determinano i limiti di ciò che possiamo essere, ma dove ci collochiamo all’interno di questo range di opportunità dipende dalle nostre scelte e ne siamo altamente responsabili. Del resto gli umanisti ci hanno insegnato che “Faber est suae quisque fortunae” e sicuramente non deve essere quello che Rutherford chiama “razzismo strutturale”, cioè l’insieme delle idee tradizionali e più diffuse sulle razze radicate nella nostra società, ad imbrigliarci ed impedirci di rompere quei muri che dividono il “noi” dal “loro”.

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